Voglio una Valle diversa. Aiutiamoci a cambiarla! - I migliori
Voglio una Valle diversa. Aiutiamoci a cambiarla!

I migliori

Inviato il Dec. 20, 2008 at 15:25



O meglio le forze migliori.

Non c’è progetto, non c’è speranza.

Mi guardo intorno e non vedo, l’ho già scritto e mi ripeto, nessuna via d’uscita tradizionale per la nostra piccola realtà di confine negli uomini che ci stanno governando.

Politici dall’orizzonte breve, che si ferma al giardino della propria casa.

A volte arriva fino al muro di cinta del cugino o dell’amico.

Mai oltre.

Da loro, da tutti loro, non abbiamo da aspettarci nulla di diverso da quanto hanno fatto finora.

Non un colpo d’ala, un sussulto, una visione, l’evocazione di una possibile nuova via da percorrere a costo di sacrifici e perdite umane per un futuro migliore.

Solo disegni di legge sostanzialmente inutili, provvedimenti tampone, interpellanze e mozioni che non cambiano niente.

Il solito valzer che fa girare con il suo ritmo la stanca vita di 100.000 privilegiati mentre il mondo intorno vacilla sotto il peso degli inganni dell’economia drogata dalla politica.

Sono lontani i sussulti.

Guardo le belle case costruite con i soldo piovuti da un cielo romano disattento.

Guardo le valli che si sono salvate per miracolo, anche se non tutte, dagli attacchi della speculazione edilizia.

Guardo la gente intorno a me.

Non mi ritrovo negli occhi, nelle parole, nei desideri.

Scorre lontano il mio desiderio.

Ho deciso di combattere una battaglia indipendente, romantica e certamente troppo personale per poter trovare comprensione e condivisione sulla mia strada.

Non importa.

Mi tornano in mente alcune parole di una canzone di qualche anno fa.

Sulla necessità della battaglia e sulla scarsa importanza assoluta del risultato.

L’importante è combattere.

Continuare a combattere senza la paura di perdere e addirittura con il timore di riuscire a vincere.

Come se una vittoria potesse “servire a qualcuno”.

In questo mi trovo idealmente vicino ai venditori di sogni, ai donchisciotte, agli eterni sconfitti.

E in questo momento provo a pensare al superamento della crisi, che abbraccia i piccoli passi che Graziano ci regala con le sue riflessioni e si spinge ad immaginare il superamento di una democrazia drogata dai rapporti tra politica e mondo economico che hanno condannato la nostra crescita.

Immagino le forze migliori della nostra realtà alzarsi e scendere in piazza.

Immagino i ragazzi che possano finalmente liberare con la potenza dei loro sogni compressi in byte zippati la forza della loro immaginazione, fatta di luci ed ombre, di colori e suoni.

Immagino i politici di lungo corso lasciare i seggi, ai quali sono aggrappati, alle persone di buon senso che vedono la strada con occhi limpidi. Perché la strada c’è, chiunque potrebbe vederla al di là del proprio interesse personale.

Immagino la nostra regione spazzata dai venti di cambiamento che non passino dalle aule di un tribunale, ma dal passa-parola della gente, dall’acquisizione di una consapevolezza naturale da parte di un popolo in cammino verso il proprio futuro.

Immagino artisti, poeti, liberi pensatori raccontare quello che vedono e sentono. Basterebbe.

La via del cambiamento è lì, davanti a noi.

Una via facile da imboccare ma difficilissima da scegliere.

I migliori tra noi dovrebbero sentirlo e dare l’esempio.

Tutto il resto è discesa.

la via del cambiamento

Inviato il Dec. 21, 2008 alle 23:49 da bruno courthoud
la via del cambiamento è lì, davanti a noi, ma nessuno vuole imboccarla (se non a livello individuale).
E' infatti perfettamente inutile (tempo perso) parlare di alternativa con quanti ce l'avevano a suo tempo promessa, carpendoci subdolamente il voto.

Quarant'anni fa (E siamo al punto di partenza)

Inviato il Dec. 22, 2008 alle 17:05 da Graziano
Il celebre discorso di kennedy di marzo 1968.

"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (Pil). Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana».
«Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle (…). Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.»
(…) « Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. (…) Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

Dal global al micro sistema

Inviato il Dec. 22, 2008 alle 17:10 da Graziano
Discorso di Adriano Olivetti alle maestranze della società
Ivrea, 24 dicembre 1955
Fin dal tempo che studiavo al Politecnico di Torino i mattoni rossi della fabbrica (di Ivrea) mi incutevano un timore e avevo paura del giudizio degli uomini che passavano lunghe ore alle macchine quando io invece disponevo liberamente del mio tempo. Ora che ho lavorato anch’io con voi tanti anni, non posso lo stesso dimenticare e accettare le differenze sociali che come una situazione da riscattare, una pesante responsabilità densa di doveri.
Talvolta, quando sosto brevemente la sera e dai miei uffici vedo le finestre illuminate degli operai che fanno il doppio turno alle tornerie automatiche, mi vien voglia di sostare, di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza a quei lavoratori attaccati a quelle macchine che io conosco da tanti anni, quando nei primi tempi della mia carriera si discuteva con l’ing. Camillo se era meglio farle venire da Providence negli Stati Uniti o da Stuttgart in Germania.
[…]
Anche oggi, nelle grandi decisioni della fabbrica, siamo costretti a ricorrere alla sua memoria, al suo insegnamento, alla sua saggezza perché in ognuno di noi è fatale una domanda inquietante, un imperativo della coscienza: che cosa avrebbe suggerito in queste circostanze l’ing. Camillo?
Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche – io lo spero – la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: “ricordati – mi disse – che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”.
E il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva e non giovi a un nobile scopo. L’uomo primitivo era nudo sulla terra, tra i
sassi, le foreste e gli acquitrini, senza utensili, senza macchine. Il lavoro solo ha trasformato il mondo e siamo alla vigilia di una trasformazione definitiva.
[…]
Nello sconsolato mondo moderno, insidiato dal disordinato contrasto di massicci e spesso accecati interessi, corrotto dalla disumana volontà e vanità del potere, dal dominio dell’uomo sull’uomo minacciato di perdere il senso e la luce dei valori dello spirito, il posto dei lavoratori è uno, segnato in modo inequivocabile.
Noi crediamo che, sul piano sociale e politico, spetti a voi un compito insostituibile, e di fondamentale importanza. Le classi lavoratrici, più che ogni altro ceto sociale, sono i rappresentanti autentici di un insopprimibile valore, la giustizia, e incarnano questo sentimento con slancio talora drammatico e sempre generoso; d’altro lato gli uomini di cultura, gli esperti di ogni attività scientifica e tecnica esprimono attraverso la loro tenace ricerca valori ugualmente universali, nell’ordine della verità e della scienza.
Siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi ed ingegneri ed architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro dell’uomo e della sua città plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace.

L'austerità

Inviato il Dec. 22, 2008 alle 17:33 da Graziano
Enrico Berlinguer in un discorso del 1979:

"Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l'indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di Instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un'opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia.(...)
L'austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell'Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l'avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d'inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l'acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l'Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.[.....]
Ecco perché diciamo che l'austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un'occasione per rinnovare, per trasformare l'Italia: un'occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L'austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (...)





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